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Pronto soccorso Annunziata, ecco perché scoppia

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Rete territoriale inadeguata, settore pubblico depotenziato e privato pigliatutto

Rete territoriale inadeguata, settore pubblico depotenziato e privato pigliatutto

Pronto soccorso Annunziata, ecco perché scoppia

Pronto soccorso Annunziata, ecco perché scoppia

Un’indagine supportata dai dati di Agenas rileva gli errori di pianificazione e gestione con le conseguenze sul più grande punto di accesso alla sanità calabrese

Un’indagine supportata dai dati di Agenas rileva gli errori di pianificazione e gestione con le conseguenze sul più grande punto di accesso alla sanità calabrese
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Ci mancavano solo le dirette Facebook per farci prendere coscienza dell’affollamento del pronto soccorso dell’ospedale di Cosenza. Ammalati lasciati per giorni su una barella, una sedia, un letto, in attesa che si liberi un posto letto nei reparti di riferimento. Gino Strada, medico di Emergency, si troverebbe a suo aggio in Calabria, perché l’esperienza che farebbe è propria di un ospedale da campo.

Non serve indignarsi, lo dico ai politici, ai sindacalisti, agli esponenti istituzionali. Occorre ascoltare chi sta sul campo come i medici dell’Annunziata, capire i problemi e agire. E non serve allargare all’inverosimile la pianta organica del pronto soccorso e gli spazzi, corre, attrezzare i pronto soccorso degli ospedali di Paola-Cetraro, Castrovillari, Rossano-Corigliano affinché funzioni il filtro. Ancora meglio sarebbe mettere in rete in un’unica azienda tutti gli ospedali della provincia di Cosenza e replicare il modello nel resto della regione.

In Calabria si pensa di poter ricevere in ogni ospedale, 24 ore su 24, l’assistenza più avanzata. Non è così e non può essere così. In Calabria come altrove. Un calabrese può trovare la giusta risposta solo se:

  • In emergenza, si è costruita una buona rete del 118, che sappia valutare le situazioni e decidere a seconda della gravità.
  • Il medico di base, individuato il sospetto diagnostico, riesce ad indirizzare il suo assistito presso una struttura territoriale, l’ospedale “giusto”, cioè quello dove c’è l’eccellenza per lo specifico problema.
  • I pazienti, attraverso un portale internet della salute, riescono autonomamente a valutare con consapevolezza, insieme al proprio medico di fiducia, l’offerta delle strutture ospedaliere per la propria domanda di salute.

In Calabria, invece, accade che:

  1. Il medico di base viene tenuto fuori dalla programmazione dei servizi territoriali, il coinvolgimento avviene solo in campagna elettorale, quando deve cercare voti per il candidato di turno. Su 1000 assistiti vuoi che non riesca a racimolare almeno 200 voti? Basta avere un medico “amico” in 100 Comuni per assicurarsi un posto in Consiglio Regionale.
  2. Alla prima difficoltà i pazienti vengono indirizzati al pronto soccorso
  3. Il portale del Dipartimento Salute della Regione Calabria, i siti istituzionali delle aziende ospedaliere e sanitarie sono piene zeppe di decreti e piante organiche e Carte dei Servizi, non di informazioni utili, di guide e percorso diagnostici per i pazienti.

Pochi giorni fa un sanitario dell’ospedale di Cosenza, alle undici di sera scrive un post su Facebook per raccontare quello che stava vivendo al pronto soccorso.

I media se devono documentare la sanità che non funziona mandano un giornalista al pronto soccorso dell’Annunziata, il “luogo del peccato”, dove partono le più feroci denunce di malasanità, dove i medici sono costretti a lavorare senza la necessaria tranquillità professionale. E dove pazienti e parenti scaricano le nevrosi dell’inefficienza che provano sulla propria pelle.

Perché ci siamo ridotti così?

Perché da sempre in Calabria l’ospedale ha sostituito i servizi territoriali, compresi quelli di lungodegenza con servizi spesso accettabili ma con costi elevatissimi, oggi non più sostenibili. Razionalizzare e riorganizzare è stata la parola d’ordine e Lombardia, Veneto, Emilia lo hanno fatto con leggi di riforma regionali. Più di una dal 2000 ad oggi. La Calabria, quel poco che ha fatto, è avvenuto con maxi emendamenti di notte e con “leggi manifesto”. Nessuna indagini epidemiologica, ma solo statistica applicata a tavolino.

Con il piano di rientro si è deciso di tagliare posti letto e disattivare ospedali. Nello stesso tempo i “manovratori” ministeriali si sono dimenticati di riorganizzare i servizi territoriali “pubblici” e hanno affidato tutto in mano ai privati convenzionati. La riabilitazione, l’assistenza territoriale, hospice, le cure palliative, l’assistenza domiciliare, è quasi tutta privata, con aziende che forniscono servizi di qualità, ma esistono anche strutture dell’orrore che puntualmente scopre la magistratura.

I privati sono più efficienti? E’ così! operano con norme del codice civile e non della pubblica amministrazione e riescono meglio a riconvertirsi e pianificare i servizi.

Il settore pubblico è stato soffocato con il blocco del turnover fino a farlo morire per consunzione. I commissari venuti da Roma dovevano riconvertire alcuni piccoli ospedali, che, dicevano, non hanno più ragion d’essere, in strutture di ricovero a bassa intensità o in punti di Primo intervento, anche coinvolgendo i medici di medicina generale. Erano 12 e poi diventate 8 le Case della Salute da realizzare, ne servirebbero almeno il doppio. Nulla di tutto questo è stato fatto.

Nel 2012 con i fondi degli Obiettivi di Piano (extra fondo sanitario nazionale) l’Asp di Cosenza sperimentava i Centri di Cure Primarie che dovevano garantire, in integrazione con la Continuità Assistenziale, l’assistenza continuativa per un certo bacino d’utenza. Diagnostica di base e specialistica integrata con il medico di famiglia.

Questa sperimentazione è stata fatta nell’Area Urbana di Cosenza, Montalto Uffugo a Paola. Finiti i soldi chiusi i centri.

I risultati strabilianti, (fonte Agenas) gli accessi al Pronto soccorso di Cosenza passarono dal 2013 al 2016 da 83 mila e 69 mila con la percentuale di codici bianchi dimezzati dal 14,8% al 7,2%; A Paola accade la stessa cosa, si dimezzarono gli accessi da 27 mila e 12 mila e la percentuale di codici bianchi dal 7 al 2,5%.

Anni di lavoro ed esperienze vanificate dall’avarizia dei medici di medicina generale e l’approssimazione della gestione commissariale

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