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Sanità, la lezione che può darci il Veneto con la chirurgia

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Sanità, la lezione che può darci il Veneto

Sanità, la lezione che può darci il Veneto

Tumori al fegato, a Cosenza come a Padova, curati con la tecnica della termoablazione. In Veneto ne parlano i Tg, in Calabria reparto di eccellenza ricavato in uno stanzino con pazienti costretti in piedi

Tumori al fegato, a Cosenza come a Padova, curati con la tecnica della termoablazione. In Veneto ne parlano i Tg, in Calabria reparto di eccellenza ricavato in uno stanzino con pazienti costretti in piedi

La Calabria non rispetta gli standard minimi qualitativi e quantitativi delle chirurgie imposti dal decreto ministeriale 70/2015

La Calabria non rispetta gli standard minimi qualitativi e quantitativi delle chirurgie imposti dal decreto ministeriale 70/2015

Cosa può insegnarci il Veneto nella gestione della sanità? Dovremmo chiedercelo prima di ogni altro ragionamento sull’accordo del Ministero con la Regione guidata da Zaia e magari, solo dopo, gridare allo scandalo. Provo ad entrare nel merito dell’accordo, prendendo per buone tutte le intenzioni che sono sottese all’iniziativa.

“Implementare Best Practices nelle principali strutture ospedaliere del territorio finalizzate a migliorare la gestione dei blocchi operatori, con il coinvolgimento delle direzione strategiche aziendali e della Regione” è scritto nelle premesse del protocollo.

Ogni anno circa 60 mila ricoveri di residenti in Calabria avvengono in ospedali di altre regioni. Una cifra che corrisponde al 21% dei ricoveri complessi e di questi il 55% in quattro regioni, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Lazio con una spesa per la Regione Calabria di 340 milioni di euro nel solo 2018.

Negli obiettivi specifici dell’accordo, al punto 3.2.1, è scritto: “Aumento dell’efficienza/produttività delle Sale Operatorie; con diminuzione delle liste di attesa per intervento chirurgico; con riduzione della mobilità passiva verso altre regioni; valorizzazione dei professionisti locali con supporto di professionisti di altre Regioni.”

Un accordo simile venne attuato dall’azienda ospedaliera di Catanzaro con il Bambin Gesù nel 2012 per la pediatria con una sperimentazione che è durata due anni. Risultati in quegli anni: riduzione dei ricoveri fuori dalla Calabria per patologie meno gravi, aumento degli accessi nel poliambulatorio, minori disagi per le famiglie. Oggi, però, i benefici di quell’accordo non si sono sbiaditi.

Invece, l’accordo con il Veneto, voluto dal direttore generale della programmazione sanitaria Andrea Urbani, già sub commissario in Calabria tra il 2013 e il 2016 e dall’ex ministro Giulia Grillo, punta a migliorare le prestazioni delle chirurgia generale. Immaginiamo che tale accordo afferisca principalmente per la patologie oncologiche per le quali l’ospedale di Padova realizza grandi volumi ogni anno collocando la struttura tra le prime in Italia. Se per la Cardiochirurgia la Calabria è autosufficiente con tre strutture di qualità, Germaneto, Reggio e il polo privato del Sant’Anna di Catanzaro, per le altre patologie non si sono organizzati dei veri centri di riferimento regionali. Dopo 10 anni di piano di rientro, la Calabria sconta disorganizzazione e spreco di risorse con reparti che dovrebbero chiudere perché la casistica non raggiunge gli standard minimi qualitativi e quantitativi del decreto ministeriale 70/2015. Tali standard, se rispettati, avrebbero garantito un tasso di sopravvivenza superiore rispetto a quelli attuali.

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Proviamo a fare alcune analsi con il supporto del portale Esiti di Agenas.

(https://pne.agenas.it/index.php)

Per esempio per i casi di Infarto del miocardio acuto il ministero raccomanda almeno 100 casi all’anno, tale standard viene rispetto abbondantemente dai tre ospedali hub, dal Mater Domini e gli ospedali spoke di Castrovillari che fa meglio di Crotone e Vibo. Per i tumori al colon il minimo di interventi sono 50 interventi anno, nel 2017 in Calabria si sono registrati 199 ricoveri per chirurgia laparoscopica di cui solo il 36,7% nelle struttura calabresi, (AO di Cosenza 22, AO di Reggio Calabria 17 e Villa dei Gerani (VV) 15. Il resto dei ricoveri fuori dalla Calabria con il Gemelli di Roma prima destinazione dei calabresi, 143 ricoveri complessivi nel 2017; Mentre i casi di tumore al colon operati con la chirurgia tradizione sono stati nel 2017, 790 con l’ospedale di Cosenza prima destinazione con 102 casi, seguiti dal Pugliese con 76. Andrebbe indagato il motivo del raddoppio della mobilità passiva per gli interventi in laporoscopia. Per i tumori allo stomaco si raccomandano 20 interventi all’anno, superati solo dall’Annunziata (32) e Catanzaro (27) mentre Crotone si è fermato a 19. 150 interventi minimi sono per i tumori alla mammella e solo Ao di Cosenza (194) e di Catanzaro (181) hanno superato gli standard. Per questa patologia in Calabria manca un centro di riferimento regionale e dei 1400 ricoveri del 2017, il 45% si è recato fuori dalla Calabria con prima destinazione l’Istituto oncologico europeo di Milano dove vengono trattati oltre 3000 casi all’anno.

Altra patologia a forte mobilità passiva è il tumore alla prostata, 468 casi nel 2017 con una mobilità passiva dell’60% con la struttura privata Romolo Hospital prima destinazione in Calabria con 70 ricoveri. La mobilità, secondo autorevoli medici urologi, è da attribuire alla chirurgia robotica, presente solo a Reggio ma poco conosciuta in Calabria.

E infine i tumori al fegato dove l’ospedale di Padova primeggia a livello nazionale con 535 ricoveri nel 2017. I pazienti calabresi ricoverati quell’anno sono stati 216, la mobilità passiva del 55%, dei 96 casi trattati in Calabria, 60 sono avvenuti all’ospedale di Cosenza dove è stata istituita l’unica struttura epatobiliopancreatica della Calabria. Una struttura che potrebbe fare di più ma non è messa nella condizioni di crescere.

Quindi come si evidenza dai numeri, il dm 70, viene puntualmente aggirato in Calabria e si continua a tenere aperti reparti e promuovere situazioni insostenibili.

Certo, professionisti di altre regioni potrebbero rendere attrattivi alcuni ospedali, soprattutto spoke molto carenti, ma non risolvere alcuni problemi che sono strutturali. Per esempio, accade che nel maggiore ospedale calabrese, quello di Cosenza, si pianificano le attività chirurgiche e non si tiene conto delle patologie e delle liste di attesa, con il risultato di pazienti sfiduciati e spinti ad andare altrove, o peggio, si è costretti a rinviare gli interventi perché manca personale infermieristico per le sale operatorie, addirittura mancano posti letto e medici specialisti nei turni pomeridiani o serali. Possono venire i migliori manager nel Veneto, ma si possono fare “le nozze con i fichi secchi”.

Chi deve programmare e soprattutto chi deve misurare l’efficienza di un reparto?

Questo lavoro, in Calabria, avrebbero dovuto pianificarlo le direzioni sanitarie degli ospedali dietro la supervisione del Dipartimento Salute della Regione. Un lavoro ultra specialistico per il quale occorre personale esperto e informatizzazione dei sistemi. Agenas, invece, monitora le procedure per conto del ministero della Salute e a più riprese ha evidenziato le criticità.

In Calabria, non solo in sanità, manca la cultura del dato, poco e niente viene misurato e il policy maker non è nelle condizioni di fare scelte oculate. Poi non esiste un monitoraggio delle prestazioni sanitarie, tant’è che diversi indici nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) non vengono inviati al ministero. I controlli non si attivano, non solo quelli della spesa, delle gare d’appalto, neanche quelli delle prestazioni sanitarie. Non approfondire, spesso è l’unico modo per nascondere sotto il tappeto verità sconcertanti e imbarazzanti. Ad esempio che alcuni medici in organico ad area chirurgiche non sono mai entrati in sala operatoria e non hanno mai fatto quelle procedure per le quali sono stati assunti. Personale assunto e subito imboscato in altri uffici.

Nel Veneto, negli ultimi 15 anni in sanità, si sono fatti enormi passi in avanti investendo su ciò che di buono c’era sul territorio, a partire dalla formazione centri di ricerca.  Nove aziende sanitarie, un istituto oncologico e due grandi aziende ospedaliere integrate con l’università, Padova e Verona. Solo queste due producono 1 miliardo di euro di prestazioni. Il Veneto ha a disposizione 9,3 miliardi di euro per la funzionare la sanità a cui si aggiungono 300 milioni di mobilità attiva, in totale 1900 euro a cittadino. La Calabria 3,4 miliardi da cui bisogna sottrarre 300 milioni di mobilità passiva e quindi 1630 per ogni calabrese.

Probabilmente è più la politica che i medici, che dovrebbero andare a lezione dai veneti. Tutti i grandi ospedali sono aziende integrate con le università. E’ così che Verona diventa punto di riferimento nazionale di alta specializzazione per la cura e la ricerca sulle patologie tumorali del pancreas e alla mammella. E’ il primo ospedale per numero di posti letto e quinta per volumi di ricoveri con 5000 dipendenti, 611 milioni di valore di produzione e oltre 1 milione di utili nel 2018.

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L’OSPEDALE DI PADOVA, L’ECCELLENZA VENETA OGGETTO DELL’ACCORDO

L’ospedale di Padova, è stato scelto dal ministero per implementare le buone pratiche in Calabria. Nasce dall’integrazione di quattro ospedali storici della città con l’Università che vanta una scuola di chirurgia di qualità internazionale.  Il bilancio 2018 è stato chiuso in utile con una spesa complessiva di 618 milioni di euro, con il valore della produzione per le attività sanitarie e socio sanitaria pari a 446 milioni di euro, di cui 18 milioni per le attività intramoenia dei medici. Per capire l’ordine di grandezza occorre fare un paragone: l’ospedale di Padova produce molto più dei tre ospedali di Cosenza, Catanzaro, Reggio, Materdomini messi assieme.

PADOVA VS COSENZA CONFRONTO IMPARI

Ciò che fanno bene nel Veneto è promuovere verso i cittadini la buona sanità e in generale, l’offerta sanitaria. E qui racconto una storia recente. Sulla rete viene rilanciato un servizio del 26 marzo scorso; il Tgr Veneto spiega come alcuni tumori al fegato vengono trattati con la tecnica dell’ablazione, cioè le metastasi vengono “bruciate” attraverso la termoablazione senza intervento chirurgico.

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Bene. Anzi male! Questa tecnica interventistica viene utilizzata con ottimi esiti anche in Calabria, all’ospedale di Cosenza. E qual è la differenza tra i due reparti? L’intervento a Padova è stato fatto dall’istituto di Radiologia Interventistica che è sede di scuola di specializzazione, in organico 11 medici e decine di infermieri e tecnici.

A Cosenza il dottore Giovanni Vallone, direttore di una unità operativa semplice a rilevanza  dipartimentale, effettua diagnosi dei tumori primitivi e metastatici del fegato Ecografie internistiche; Procedure interventistiche ecoguidate: biopsie tiroidee, ghiandole salivari, tessuti molli, fegato,  lesioni focali renali, polmone e pleura, toracentesi, paracentesi, svuotamento di cisti ed ascessi;  Terapie mininvasive ecoguidate dei tumori primitivi e metastatici del fegato: ablazione mediante radiofrequenza, microonde ed alcolizzazione; Terapie mininvasive dei noduli tiroidei: laserterapia e alcolizzazione; Ecografie con mezzo di contrasto; Alcolizzazione percutanea ecoguidata delle cisti da echinococco. E ancora Ecografia addome superiore (Fegato e vie biliari, pancreas, milza, reni e surreni, retroperitoneo); Ecografia capo e collo (ghiandole salivari, collo per linfonodi, tiroide–paratiroidi); Ecografia tiroide e paratiroidi; Ecografia del collo (per linfonodi); Ecografia ghiandole salivari; Agoaspirato nodulo tiroideo ecoguidato; Agoaspirato ghiandole salivari ecoguidato; Visita internistica+Ecografia addome superiore; Visita epatologica

A Cosenza, il dottor Giovanni Vallone ha un reparto al terzo piano del vecchio padiglione costruito negli anni 70, di fronte i reparti di Gastroenterologia e Endoscopica, con due posti letto. Due piccole stanze poste nell’intercapedine tra due reparti, separate da una porta in alluminio che si affaccia sul corridoio nel quale i pazienti sono costretti ad aspettare il loro turno spesso in piedi. In staff, il dottore Vallone, ha due dottoresse validissime (una in maternità e non sostituita) e due infermieri. Centinaia di procedure all’anno con pazienti provenienti dagli altri ospedali della Calabria e consulenze per gli stessi ricoverati dell’ospedale. Altrove il dottore Vallone avrebbe uomini e mezzi per far valere le proprie capacità.

Ecco, se l’accordo con il Veneto determinerà una maggiore consapevolezza di ciò che c’è di buono in Calabria con il fine di potenziare le attività, per noi cittadini sarà una grande occasione. Se, invece, come temo, sarà solo una trovata elettorale, allora vorrà di che siamo alle solite ed un’altra occasione sarà sprecata.

 

Per approfondire:

https://www.calabriaextra.it/2019/05/31/cosi-la-calabria-finanzia-la-sanita-del-veneto/

 

http://www.quotidianosanita.it/calabria/articolo.php?articolo_id=78474

https://pne.agenas.it/index.php

http://www.regioni.it/news/2015/06/05/d-m-7002-04-2015-regolamento-recante-definizione-degli-standard-qualitativi-strutturali-tecnologici-e-quantitativi-relativi-allassistenza-ospedaliera-407117/

https://www.aopd.veneto.it/

 

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